Ode alla zuccheriera in peltro

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Zuccheriera in peltro

Dicembre, mese di preparativi, idee, cibo che ispira, luce che prelude al buio, buio che si dilegua nello splendore dell’inverno.

Mese caldo di camino acceso, di zucchero a velo, di noci, di lana pesante, di terra nera e umida, di metalli, di cuori che cercano rifugio…

In questo periodo mi piace cercare per la casa oggetti della tradizione, oggetti antichi o anche solo vecchi, che abbiano un’anima, un passato, una storia da raccontare.

In uno dei miei  giri di ricognizione ho adocchiato le zuccheriere in peltro che vedete nella foto, nascoste dietro altre vecchie glorie di mia madre, e sono stata inondata da mille ricordi e sensazioni.

Mi sono sempre piaciuti gli oggetti in peltro di buona fattura, per il loro colore terrigno, per non brillare in modo sfacciato come fa l’argento dopo la lucidatura, per i loro punzoni regali, perché sanno essere corposi, bombati e austeri nello stesso momento, perché odorano di medioevo, di nature morte, di opaca opulenza.

Purtroppo giacciono negletti nelle case di ognuno di noi, ignorati sui banchi dei mercatini dell’usato, dismessi nonostante il loro glorioso passato che risale a mille anni prima di Cristo.

Io invece me li immagino sulle tavole eleganti di dicembre, abbinati alle ultime foglie cadute, appoggiati su tessuti di lino pesante e grezzo oppure o su tovaglie in broccato rosso melograno. Me li immagino come cornucopie, come piccoli vasi per contenere fiori e frutti di stagione, magari ripieni di scorse profumate di agrumi, impreziositi dai bagliori delle candele accese.

Oppure, finché c’è luce, anche su una tovaglia candida e inamidata, con tazze bianche di porcellana, vetri smerigliati per zucchero e latte, cucchiaini di argento, una crostata di mirtilli o di fichi, biscotti integrali, per un caffè o un tè pregiato.

Quante cose possediamo a cui non sappiamo dare la giusta importanza, a tavola come nella vita… Peccato!

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Biocose

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Kalòs kaì agatòs – dicevano i greci: bello e buono.

Da tempo ormai non rinuncio più a questa equazione, e quello che è bello (o che rende belli) deve, a mio parere,  essere anche sano, altrimenti lo scarto senza mezzi termini.

La salute è troppo importante e forse oggi abbiamo qualche strumento in più per preservarla.

Da tempo io e la mia famiglia siamo passati ai cibi biologici, o, quando possibile biodinamici.

In fondo, la cultura dell’organic food si sta ormai diffondendo sempre di più. I supermercati ora offrono pomodori e insalate bio, mentre non molti anni fa bisognava rivolgersi necessariamente a gruppi d’acquisto (sono un po’ più scomodi sul piano logistico, ma rimangono comunque l’opzione migliore).

Si pensa invece molto meno a quello che ci spalmiamo addosso ogni giorno, a quello che respiriamo mentre facciamo le faccende domestiche, ai vestiti che indossiamo e che sono sempre a contatto con la nostra pelle.

Quando ho saputo di aspettare un bambino, non ho avuto remore. Ho aperto il cassetto dei cosmetici e ho buttato tutto quanto non fosse certificato bio e non avesse un ottimo inci (cioè un ottimo elenco degli ingredienti).

Un tempo questi prodotti li ordinavo in Germania, su un sito che all’epoca era solo in tedesco, ma ora li trovate ovunque, sia nei negozi dedicati al biologico, sia nelle grandi catene di distribuzione. Io, per praticità, li compro da Natura Sì.

Chi ha un figlio in fasce sa bene quale sia la crema a cui non si può rinunciare: quella per il culetto. Premettendo che la cura migliore consiste nel far prendere più aria possibile a questa parte del corpo rivestita per almeno un paio d’anni, giorno e notte, dalla plastica dei pannolini, non è neanche possibile che per prevenire o lenire i rossori in questa zona ci si arrenda a preparati di dubbia composizione, solo perché fortemente pubblicizzati o perché tramandati di madre in figlia (le nostre madri sono state le prime vittime della società consumistica e da certi punti di vista sono ben poco affidabili).

La mia scelta è ricaduta, dopo lunghe ricerche e test d’efficacia su mia figlia, sulla crema Weleda Baby&Child alla calendula per rossori di lieve entità, da alternare alla vitamina E (olio Vea). Quando il rossore è più intenso passo alla Pasta Lenitiva Disarrossante della Helan.

I bambini molto piccoli non hanno bisogno di essere lavati energicamente ad ogni piè sospinto. Anzi, nuove ricerche mettono in evidenza che i nostri figli vengono lavati fin troppo e la loro pelle delicata viene privata dell’indispensabile film idrolipidico.

Per i primi mesi ho usato esclusivamente amido di mais per il bagnetto della bambina e non la lavavo certo ogni giorno (escluso il lavaggio ad ogni cambio di pannolino).

In seguito, una buona saponetta bio (alla calendula) assolveva egregiamente alla poca pulizia necessaria, o, in alternativa, il Bagno Totale Helan, che non brucia agli occhi.

Un’ultima notazione sul deodorante per la mamma, che ho voluto inserire nella foto: questo Deo Roll On della Lavera all’arancia bio funziona. E non è cosa da poco nel mondo dei deodoranti bio.

Far rifiorire le orchidee

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Foto: © perloradelte – tutti i diritti riservati

Se vi regalano un’orchidea, vi prego, non consideratela un fiore a perdere. Usa e getta. Vi assicuro che possono rifiorire ogni anno, creando in casa angoli bellissimi, di cui godere pienamente.

Ne metto una soltanto sopra un piccolo mobile o un tavolino, quando ho bisogno di un’atmosfera raffinata ma zen.

In genere, comunque, le tengo tutte e centomila insieme, dietro una grande vetrata, esposte alla luce del Nord, ad una temperatura che non scende mai sotto i 18 gradi, neanche d’inverno, in una stanza tendenzialmente umida.

Le annaffio con il contagocce, poco pochissimo, con acqua oligominerale o quella demineralizzata, un paio di volte alla settimana d’inverno, forse una volta in più d’estate.

Si può provare anche nebulizzare su foglie e radici, io non l’ho mai fatto, ma dicono che funzioni.

A proposito di radici, dovrebbero poter vedere la luce anch’esse, per questo sarebbe meglio non coprire il loro non proprio elegante vasetto di plastica.

Tutto qui.

Certo, esistono anche dei concimi per orchidee e dei trattamenti quando saranno attaccate dalla terribile cocciniglia. E’ questo l’unico caso in cui butto le piante, perché ho provato più volte a pulire foglia per foglia con un panno imbevuto di sapone di marsiglia, ma la lotta contro questo parassita è impari. Non potete vincerla.

Avere molte piante di orchidea in salute, fiorite, con le loro foglie carnose e le loro radici sinuose, in un punto ombreggiato del salone o della camera, non è affatto complicato. Basta crederci un po’ e non liberarsi di queste straordinarie creature appena sfioriscono, magari accanto a un termosifone acceso.

Ne ho viste di spettacolari nel Sud-Est Asiatico, le riconduco inevitabilmente ad uno stile coloniale, soprattutto quando accostate al rattan o ad altra fibra naturale, come lino, cotone non trattato, garza.

Quando ho voglia di leggere un buon libro nella penombra rilassante, raggiungo la mia piccola giungla di orchidee, magari con un biscotto al burro appena sfornato e una cioccolata densa, magari con la pioggia ad imitazione dei monsoni, e mi lascio andare al sapore incantato di un attimo perfetto.

Per l’ora del tè

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Una delle prime cose che ti chiedi quando cominci a pensare al tuo blog è il nome che gli darai. Il nome è importante, fa parte della nostra identità, è la prima parola che ti definisce, è il richiamo ad un’immagine del cuore, dell’amore o dell’odio.

Il nome che io ho scelto non è casuale. La pausa del tè, al mattino presto mentre la casa e il sole dormono ancora, o a metà pomeriggio, è sempre fonte di ispirazione.

Con una tazza di tè in mano raccolgo i miei pensieri, ne aspiro il profumo, li lascio raffreddare lentamente, aspetto che la visione si chiarisca, che il silenzio si riempia di idee.

E’ un momento di connessione profonda con me stessa e non stupisce che la cerimonia del tè nelle culture orientali sia un rito sostenuto dalla lentezza e dalla concentrazione.

Qualunque mia creazione, sia essa una foto, un manufatto, un mobile da dipingere, una torta, una bambola di pezza, un pranzo importante, nasce un momento prima in una tazza di tè.

Così come meravigliose mise en place sono state concepite per ospitare care amiche all’ora del tè con gioia e affettuosità.

Eppure nessun tè può essere descritto fino in fondo, nessun tè è uguale al precedente. E dunque ho pensato di dedicare questo blog all’ora del tè, a quel momento che significa interiore ed esteriore insieme. Da sola e insieme. Ferma e in movimento.

Per l’ora del tè racchiude tante cose e rappresenta un serbatoio di energia positiva e intima che si rigenera continuamente. Eppure qualunque storia che si snoda tra queste pagine, qualunque tentativo di tradurre l’esperienza in parole, qualunque nome io possa accuratamente scegliere, non sarà mai uguale alla vita in sé.

Umberto Eco scriveva alla fine del suo romanzo più famoso: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” – la rosa primitiva non esiste più che per il suo nome, noi non conserviamo che nomi spogli.

Il nome ti regala all’eternità, ma la vita è sempre meglio.

(Se volete, potete lasciare un commento qui sotto, seguirmi su Facebook o su Instagram).

L’arte di creare armonia fra gli oggetti (parte II)

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Quello che amo della fotografia è che posso rendere percettibile la bellezza di cose trascurate, dare significato all’insignificante, mettere sul trono il povero e stare a guardare l’effetto che fa.

Proprio oggi cercavo l’ispirazione per aiutarvi a comporre piccole superfici, come promesso nell’articolo precedente, ma poiché ho avuto una giornata molto intensa, ho deciso di lasciare andare tutto e dedicarmi a una passeggiata rasserenante.

Conosco bene la mia campagna e so che in questo periodo non ci sono fioriture interessanti. Sterpi, rami, muschio, edera, erbe infestanti.

Per cui ho vagato per un po’ cercando qui e là, senza tanto entusiasmo, godendomi le forme strabilianti degli alberi spogli e i prati verde-Irlanda, contro il cielo stracarico di nubi grassottelle e dal pessimo umore.

Stavo tornando verso casa, quando vedo questo quadratino fiorito, proprio in cima alla collina, prima della curva. Sono fiorellini talmente comuni e non hanno neppure un buon odore.

Li ho raccolti comunque e mi è venuta un’idea.

Ho deciso di osservarli attentamente, nei minimi dettagli, e visti da vicino, devo dire, fanno tutto un altro effetto. Sono piuttosto compositi, per cui mi è bastato prenderne cinque o sei per scattare la foto sopra. Ho aggiunto solo un paio di minuscole infiorescenze del rosmarino.

Poi ho preso un fondo scuro, un cartoncino pesante, contro cui far risaltare i colori intensi dei fiori e mi sono avvicinata con il mio Iphone.

Ho aspettato di trovare piano piano l’accostamento giusto tra le parti, in modo che i colori e le forme fossero bilanciate, secondo la mia sensibilità…che potrebbe anche non coincidere con la vostra.

Nella mia personale visione della composizione armonica, i colori scuri infondono un maggiore senso di pesantezza, così come le forme più grandi.

Quindi se voglio mettere una forma grande, meglio che sia chiara, per poi bilanciare con forme più minute, più numerose e più scure.

Se le forme sono piccole, ma brillanti, devo ricordarmi che cattureranno l’attenzione ed è meglio distribuirle equamente.

E adesso vi invito a fare un altro esperimento. Scegliete la cosa più trascurata e negletta e cercate di regalarle dignità, regalità, pregio, valore. Potete guardarla in modo diverso? Potete avvicinarvi un po’ di più e vincere il pregiudizio?

Mettetevi alla prova e siate liberi. La creatività si nutre di libertà.

Se volete, poi, potete lasciare un commento qui sotto per farmi sapere come è andata o inviarmi i vostri esperimenti su Facebook, sarò lieta di pubblicarli.

L’arte di creare armonia fra gli oggetti

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Cosa credete che abbiano in comune dei cucchiaini comprati in un souk a Marrakech, una vecchia passamaneria, dei fiori di campo, un filo di luci di Natale, olive nere, fiori di campo e un tegame di alluminio?

Nulla.

Nonostante la loro apparente estraneità, l’insieme di questi oggetti appare invece armonico e affascinante.

Quando lavoro ad una composizione da fotografare, come per la foto sopra, non penso mai ad una reale omogeinità delle cose che scelgo. Anzi, trovo che sia persino più interessante accostare oggetti insolitamente lontani per fattura, provenienza, materiale…

Parto sempre da un’ispirazione. Faccio un giro di perlustrazione, in casa o fuori, per vedere se trovo qualcosa che colpisca la mia attenzione.

Lo faccio lentamente, perché l’oggetto ispiratore deve poi fungere da attrattore per tutti gli altri. In effetti, non sono io a cercarlo…lascio che sia lui a trovare me.

Poi, una volta scelto, mi muovo secondo un’assonanza o una risonanza: può essere una forma simile, un colore in scala, un contrasto.

Non ho fretta, questa operazione può richiedere del tempo. Piuttosto mi diverto a farmi sorprendere dall’idea di nuovi accostamenti.

Il mio consiglio è quello di iniziare con una superficie non troppo estesa da riempire con pochi oggetti – dieci al massimo, qualcuno più grande, qualcuno più piccolo, qualcuno piccolissimo.

Usate un tavolino, un vassoio, un tagliere, per cominciare ad esercitarvi.

Nel prossimo post vi darò qualche elemento in più per comporre una piccola superficie in modo armonico.

Per ora vi invito a guardare con curiosità ciò che avete intorno: su cosa si posano istintivamente i vostri occhi? Cosa attrae la vostra attenzione? Quale potrebbe essere oggi il vostro oggetto ispiratore? Magari una piccola piantina, un frutto, una scatola, una cartolina…

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Quadro di recupero con fiori secchi

Gli amici spesso mi regalano cose sperando che io possa portarle a nuova vita. E’ quello che è successo con un vecchio quadro, di nessun valore,  che sarebbe presto finito nella spazzatura se io non fossi intervenuta.

Ho trovato interessante la cornice in gesso e il fatto che vi fosse un certo spessore tra il vetro e il fondo, fonte di ispirazione e vedrete presto perché. Se volete cimentarvi in questo progetto, vi consiglio di procurarvi dei fiori secchi, meglio ancora se essiccati direttamente da voi.

Ecco cosa ho ricevuto:

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Il quadro era piuttosto malconcio e sporco, dunque per prima cosa l’ho pulito con un panno umido e ho scartavetrato in modo lieve.

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Ho smontato la cornice per dipingerla meglio. Bisogna fare attenzione alle viti in questo caso. Il compensato è piuttosto fragile e il gesso nel quale sono inserite si può rompere facilmente.

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Poi ho passato un paio di mani di fondo bianco, non è necessario essere precisi in questo tipo di recupero, anzi, pennellate disomogenee creano un effetto shabby chic ancora più romantico.

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Successivamente ho dato una mano leggera di fondo bianco anche al compensato, lasciando che in trasparenza si vedessero le venature e le imperfezioni del legno.

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Per finire, ho applicato un semplice fiore di ortensia, che avevo precedentemente essiccato, sfruttando la profondità. A me piace così. semplice, imperfetto. Ma si possono aggiungere altri fiori secchi, oppure una scritta in francese, oppure soggetti in rilievo, ad esempio in pasta di sale.

Quadro con fiori secchi

Pulire lo chandelier di vetro o cristallo

Meravigliosi chandelier di cristallo (quello nella foto appartiene alla casa della nonna) ma se non si puliscono periodicamente, la patina di polvere e sporco opacizza la loro bellezza, li rende “vecchi” più che antichi, eliminandone lo charme d’antan.

Per questo sono molto attenta a farli risplendere, curandone la pulizia. Vi suggerisco di farvi consigliare dalla persona da cui li avete acquistati, ad ogni modo occorre molta prudenza quando si tratta di lampadari.

Prima di tutto assicuratevi che l’impianto elettrico sia spento. Se non volete smontarli, fate attenzione a maneggiare qualunque cosa mentre siete in piedi sulla scala, mettete dei teli o dei vecchi giornali sul pavimento, in modo che lo sporco non ricada direttamente a terra o sul letto.

Per spolverare utilizzo un pennello morbido, poi un panno appena umido da passare anche sui bracci.

Bisogna usare molta delicatezza, tocchi risoluti ma leggeri.

Per far risplendere le gocce, a volte utilizzo un po’ di acqua e aceto bianco di mele o una miscela di acqua e alcol.

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Sacchetti di lavanda per profumare la biancheria

Non c’è niente di più bello delle candide lenzuola stese al sole. Il profumo di bucato è uno dei più puri e rilassanti che io conosca. Un tempo, quando ancora esisteva il vero sapone di Marsiglia, era un piacere perdersi in una nuvola che sapeva di pulito e che inondava la stanza. Oggi, personalmente preferisco lavare con prodotti biologici che non hanno profumazione e ricorro alla lavanda per ridare alla biancheria quella freschezza antica.

Per i miei sacchetti utilizzo lavanda assolutamente non trattata, fazzoletti o sacchettini per i confetti, riso.

Raccolgo la lavanda ancora in fiore al mattino, quando si è bene asciugata dalle gocce di rugiada, poi la lascio essiccare per alcuni giorni in un posto buio e ventilato. Se non volete appendere le spighe a testa in giù, può andare bene anche un tagliere per il pane che faccia passare aria (utilizzo questa soluzione quando le spighe sono poche).

Aggiungo dei chicchi di riso per dare un po’ di pesantezza al sacchetto, in modo che non vada in giro per il cassetto e chiudo con un nastrino o un pezzo di spago.

Ottima anche come anti-tarme.

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